Intervista a Francesco Carraro

Intervistiamo Francesco Carraro, autore poliedrico, che spazia dai saggi motivazionali, alla narrativa lunga e breve

Quando e perché hai iniziato a scrivere?

Le prime poesie, come per tutti direi, risalgono all’adolescenza. Erano più ‘sfoghi poetici’ che componimenti con ambizioni di metrica. Però, fin da allora mi appassionava la ricerca lessicale, l’amore per la parola ‘pura’, pulita, nuova, non usurata dall’eccessivo utilizzo. La poesia mi attirava perché mi pareva richiedesse uno sforzo meno intenso della prosa. Mi mettevo lì, di tanto in tanto, e cercavo di costruire qualche verso che suonasse, ai miei orecchi di studente, piacevole e originale. Quanto al resto, ero portato per le lettere e per questo mi sono iscritto al liceo classico dove l’italiano era la materia preferita e anche quella che mi dava più soddisfazioni. Niente di più, comunque, che i soliti temi o qualche ricerca. La prima volta che mi sono cimentato con qualcosa di più complesso e maturo è stato verso la fine dell’università, a venticinque anni. Ho scritto allora il mio primo romanzo, un componimento abbastanza elementare con una trama semplicissima. Però è stata la mia iniziazione. Ho dimostrato a me stesso che riuscivo a riempire dei fogli di carta bianchi con idee e parole totalmente mie e sono stato soggiogato dal piacere impagabile, che provano tutti gli scrittori, di creare dal nulla una storia.

Vuoi parlarci del Diario dell’apocalisse, un romanzo ora disponibile online e che ha già riscontrato un notevole interesse da parte dei lettori e dei media; come è nato il testo e l’idea?

In verità, è partito tutto da un’esigenza puramente letteraria, sganciata da ogni strategia e non legata a un progetto particolare (quelli sono nati dopo, mano a mano che proseguivo col racconto). Diciamo che sentivo il bisogno di scrivere perché avevo appena ultimato un testo motivazionale, poi pubblicato con FrancoAngeli (I Nove semi del cambiamento) e non volevo restare con le mani in mano. Ho una visione un po’ artigianale del mestiere di scrittore. Per me è tale non tanto chi pubblica, ma chi scrive. Scrivere è la cifra di chi è nato o diventato scrittore e ama esserlo. Per lo meno, io la vedo così. Quindi, venivo da questo lungo periodo di attività in cui mi ero dedicato alla scrittura a cadenza quotidiana e d’improvviso mi sono trovato di fronte a un ‘vuoto’, della serie: e adesso che cosa faccio? Di cosa scrivo? Così ho pensato alla formula del diario. Ho deciso di mettermi nei panni di un tizio, più o meno della mia età, avvocato come me, che inizia a prendere nota di una situazione via via sempre più sconvolgente: l’improvvisa scomparsa delle persone dal pianeta. La formula diaristica mi ha consentito di evitare tutti i classici ‘preliminari’ di ogni romanziere: la ricerca, la strutturazione del racconto, la calibrazione delle psicologie dei personaggi. Ho scritto, letteralmente, just in time, in tempo reale, come se gli eventi scorressero davvero davanti ai miei occhi. Insomma, sono diventato l’avatar di me stesso e ho preso a vivere quest’avventura parallela in cui mi immergevo ogni giorno, dopo il lavoro. La struttura molto informale della vicenda mi ha permesso di appagare il mio bisogno iniziale: scrivere, e basta. Poi, strada facendo, sono arrivati la storia, i personaggi, le svolte, le idee e così via.L'ebook post-apocalittico di Francesco Carraro

Quali sono i temi a te più cari e perché?

Come scrittore di libri motivazionali e di formazione, tutto ciò che ha a che fare con lo sviluppo del potenziale umano, la ricerca dell’auto-miglioramento, l’esplorazione delle risorse, spesso nascoste, della nostra mente. Come autore di narrativa la mia cifra è sicuramente quella del mistery, declinato a volte in chiave decisamente horror (come nella raccolta di racconti Il bacio della cattiva notte), a volte in chiave futuristica o apocalittica, o semplicemente thriller e noir. Spesso, con le storie vado assai oltre ciò che è accettabile dal punto di vista razionale o scientifico o storico. Quanto alla passione per il genere mistery, viene da lontano. Ho bisogno di essere incuriosito, elettrizzato, anche impaurito da una storia, sia come scrittore che come lettore, altrimenti mi annoio. E trovo che i racconti di mistero, le storie che trattano di ‘paranormale’, in senso lato, cioè di ciò che va oltre la normalità, siano quelle che meglio si prestano a soddisfare questa mia esigenza di scrivere brani che tengano sempre il mio lettore sulla corda, che non gli facciano mai venir meno la voglia di girare un’altra pagina per continuare la lettura.

Le tue opere di narrativa sono spesso, o forse sempre, occasioni importanti di meditazione filosofica. Con il Diario dell’apocalisse in questo senso sono numerosi gli spunti, vuoi parlarcene?

È vero. La filosofia mi ha sempre affascinato perché è una delle poche discipline, forse la sola in ambito occidentale, che si sforza di andare alla ricerca di risposte plausibili alle domande ‘ultime’ dell’uomo. A pensarci bene, sono anche le più importanti, quelle a cui bisognerebbe dare più peso e dedicare più tempo: cosa ci facciamo qui? La vita è casuale? La nostra coscienza si spegnerà dopo la morte o continuerà in altre forme? Che cosa ci attende dopo la dead line? In cosa consiste Dio? Il Diario è anche questo. Una lenta, ma inesorabile discesa nel maelstrom dell’inquietudine esistenziale Mano a mano che la popolazione del mondo si assottiglia, il protagonista è costretto a interrogarsi sul senso della sua vita, fino a quel momento, e le risposte su come l’ha trascorsa e sulle priorità che l’hanno guidata è decisamente sconfortante. Da un lato, si moltiplicano, intorno a lui i casi di persone che finalmente si dedicano a ciò che hanno sempre desiderato senza più farsi condizionare da nulla: se hai il fondato convincimento che domani potresti non esserci più (è questa la vera ‘paura’ che corre sottotraccia all’intera vicenda) allora tutte le micro cose non essenziali che prima riempivano la tua vita si rivelano per ciò che sono realmente: inciampi inutili sulla via dell’essenzialità, ciarpame di cui liberarsi per trovare finalmente la pepita d’oro (vale a dire l’attività, la persona, la passione che sono in grado di dare davvero senso e corpo alla tua vita).

Dall’altro lato, c’è un momento nel romanzo in cui il protagonista fa una riflessione che io giudico di capitale importanza. Fra tutte le domande che l’uomo si può porre circa il suo ruolo nel cosmo e nella storia universale ce ne sono alcune da ‘scuola elementare’ tipo: esiste Dio? C’è qualcosa dopo? Non che non abbiano dignità, ma per chi ha fatto un percorso di crescita spirituale sono domande infantili. Il vero quesito decisivo non è se c’è qualcosa dopo, ma che cosa c’è dopo. Insomma, ciò che il protagonista del Diario cerca di dire è: siete arroganti nel momento in cui vi preoccupate del ‘se’ c’è qualcosa, dando per scontato che ciò che troverete di là sia un Dio buono e un paradiso meritato. Forse dovreste iniziare a preoccuparvi delle enormi differenze che esistono nelle ‘storie’ di coloro (fondatori di religioni o, meglio ancora, esponenti delle tradizioni gnostiche ed esoteriche) che ci raccontano e ci hanno raccontato qualcosa sul ‘dopo’. Perché sono prospettive radicalmente diverse fra loro che aprono scenari non necessariamente tranquillizzanti. In questo contesto si inserisce anche il discorso sulle dimensioni ‘extra terrestri’ o, meglio, sui mondi ‘extra dimensionali’, che poi è una chiave di volta del libro.

Ma romanzo a parte, tu davvero come lo vedi il prossimo futuro?

Se devo rispondere da formatore e motivatore lo vedo roseo e aggiungo: dipenderà moltissimo da come noi desideriamo che sia, non tanto o non solo come umanità, ma come singoli individui. Ne I nove semi del cambiamento batto molto il tasto del ruolo dei nostri pensieri nella trasformazione della realtà circostante. Mi rendo conto che è una concezione che sembra avere attinenza con il ‘pensiero magico’, ma è esattamente il modo in cui tende a funzionare la vita. I nostri pensieri tendono ad attrarre eventi, cose, persone, relazioni, circostanze, opportunità.

Nella misura in cui ci curiamo di loro perché siano chiari, propositivi, energici, vitali tenderemo a dare forma a una vita all’altezza delle nostre migliori aspettative. È un po’ quello che sta scritto anche nel libro Gestire il proprio tempo dove, all’inizio, propongo il gioco: come ti vedi al tuo ottantesimo compleanno? È fondamentale raffigurarsi il proprio futuro nel modo più dettagliato perché poi il nostro inconscio tenderà a portarci, come un pilota automatico, proprio lì dove abbiamo desiderato. Non è un caso se molte discipline o filosofie antiche o recenti, dallo yoga allo zen, alla corrente nordamericana del New Thought a quella islamica del sufismo, per non parlare del filone ermetico, insistono moltissimo su pratiche come la meditazione o il controllo del proprio flusso di immagini mentali e sul proprio dialogo interno. Sia come sia, se qualcuno mi chiede: cosa MI aspetta per il prossimo futuro? Gli rispondo senz’altro: nessuno meglio di te può deciderlo, chiediti che cosa immagini di te e del tuo mondo e avrai la risposta.

Se devo, invece, parlare da scrittore od opinionista, il mio sguardo sul domani è molto più pessimista. In termini globali temo che siamo avviati verso un’epoca estremamente difficile, dove il controllo sui singoli individui sarà sempre più soffocante, le libertà sempre più ridotte, l’accentramento del potere verso l’alto sempre più massiccio.

Ci stiamo dirigendo ad ampie falcate verso una società strutturata in modo orwelliano in cui, sotto una vernice di belle parole, in pratica una ‘neolingua’ (per usare un riferimento al celebre romanzo 1984) politicamente corretta, saremo sottoposti a un brutale dominio da parte di entità non elettive sempre più lontane e irraggiungibili. Del resto, il processo di smantellamento delle comunità politiche di base è sotto gli occhi di tutti. Con la scusa della (giusta) lotta alla casta si stanno privando persino le realtà territoriali di base delle loro assemblee rappresentative. Concetti come federalismo, decentramento, sussidiarietà sono ormai orpelli dimenticati. In cambio, diventeremo cittadini di ‘istituzioni’ come la UE che nessuno di noi ha mai veramente voluto, al di là della retorica comunitaria, e che sono solo il braccio armato di lobby finanziarie, potentati bancari e interessi occulti svincolati da ogni controllo, investitura democratica e legittimazione popolare.

Tuttavia, se devo rispondere dicendo ciò che mi detta il cuore, affermo che la speranza non deve comunque morire e non morirà mai. Dunque, credo che alla fine, non so come né quando né in forza di quale evento, l’umanità, quella vera e autentica, avrà la meglio perché amor vincit omnia. In questo senso, anche la fine del romanzo Il Diario dell’apocalisse, pur in un quadro, reale e metaforico, di macerie lascia aperta, anzi spalancata, la porta all’ultima dea (la speranza, appunto).

Il protagonista del “Diario” è un avvocato quarantenne come te. Quanto attingi dalla tua professione di avvocato nella stesura delle tue opere?Francesco Carraro, autore del romanzo apocalittico "Diario dell'apocalisse"

In effetti, gli avvocati entrano spesso nelle mie storie. Anche nelle mie due raccolte di racconti (Giorni minuti e Il bacio della cattiva notte) se ne trovano. Credo che la spiegazione principale sia la necessità che avverto, come ogni scrittore, di risultare ‘credibile’ nella finzione. Il lettore si accorge subito se stai bluffando o se parli di qualcosa che non conosci. Ti tradiscono i dettagli. Quindi, per scrivere un’ottima opera di narrativa o si svolgono ricerche approfondite (oggi, grazie al web, è molto più facile) oppure si parla di qualcosa che si conosce. Scegliere un avvocato come protagonista del Diario mi ha consentito di rendere il personaggio ‘vivo’ e ‘vero’ perché conosco la professione, la pratico, frequento colleghi, insomma so quali sono i modi di pensare, i tic, le cose che riempiono la vita professionale, e spesso anche extra professionale, di un legale. Questo aiuta molto il processo di ‘sospensione dell’incredulità’ che tu, come scrittore, devi indurre nei tuoi lettori se vuoi che ti seguano, si divertano e si dimentichino, per qualche ora, della loro vita per entrare in quella che tu hai creato per loro.

Qual è stata la prima opera letteraria che hai scritto in assoluto?

Fino alla Nuova Zelanda – Una storia di libertà. Un romanzo breve che parla di un giovane che, all’improvviso, perde, in un incidente d’auto, un’amica speciale. Decide allora di mettersi in viaggio per arrivare dall’altra parte del mondo, in Nuova Zelanda, alla ricerca dell’essenza più intima della sua perduta amica. Così facendo ha modo di riannodare i fili dei ricordi e di ricostruire i tratti di una personalità straordinaria che ha lasciato una traccia indelebile nel suo cuore fino a porsi come una vera e propria ‘maestra’ spirituale.

Se potessi incontrare di persona uno scrittore o una scrittrice, chi sarebbe e perché?

Se parliamo di autori attuali, mi piacerebbe molto incontrare Richard Bach, Stephen King e Ken Follet. Il primo perché è stato un vero e proprio punto di riferimento per intere generazioni con un’opera piccola, succinta, dalla trama esile, ma immortale per i contenuti e per l’inesausto anelito alla libertà interiore. Parlo, naturalmente, del Gabbiano Jonathan Livingstone. Gli vorrei semplicemente dire che, senza volerlo o saperlo, ha segnato la mia vita e mi ha spalancato sentieri che ho percorso con passione e che mi hanno portato lontano. Quanto a King, mi affascina enormemente la sua straordinaria ‘facondia narrativa’, la naturalezza di cui sono impastati i suoi racconti e i suoi romanzi, la capacità inimitabile di tenere avvinto un lettore per centinaia o migliaia di pagine con una scrittura che modula gli stili più diversi, contaminandoli con la gergalità da uomo della strada per poi cimentarsi in brani da vero prestigiatore della parola.

Mi piacerebbe berci una birra insieme e parlare di tutto un po’ anche per carpire qualcuno dei suoi segreti. Follet è il migliore nella costruzione delle trame. Mi piacerebbe andare a scuola da lui, farmi correggere i testi che scrivo, avere un suo giudizio sui miei lavori. Gli devo molto senza averlo mai incontrato. Mi ha insegnato che il capitolo di un libro non deve mai avere una forma compiuta, ma rimandarti a qualcos’altro che verrà svelato più avanti e che non puoi proprio fare a meno di sapere. E così tu vai avanti, avanti e avanti ancora e ti dimentichi di avere dei doveri, rischi di mancare gli appuntamenti o di scordarti delle scadenze quotidiane. È esattamente l’effetto che uno scrittore dovrebbe voler produrre sui lettori, quando si siede davanti al suo portatile.

Poi, tra i moderni, Dean Koontz, Richard Matheson, sicuramente il geniale Philip Dick, Patrick Redmond, Whitley Strieber. Tra i classici del ’900, mi sarebbe piaciuto conoscere Thomas Mann e Hermann Hesse, il primo per l’incredibile padronanza dello stile, del linguaggio, della sintassi, il secondo per le suggestioni spirituali ed esistenziali che emanano dalle sue opere. Poi, volendo citarne altri, David H. Lawrence per i temi e l’anticonformismo, ovviamente Edgar Allan Poe perché è il capostipite di un genere a me caro. Vorrei citare, anche se si tratta di poesia e non di prosa, Emily Dickinson, una poetessa che va inserita, a pieno titolo, tra i grandi di ogni epoca.

Al di là degli scrittori, esistono artisti figurativi, musicali o di altro tipo che hanno influenzato la tua scrittura? Chi sono e perché hanno esercitato un ascendente sulla tua scrittura?

Nelle arti figurative alcune correnti della fine dell’Ottocento e dei primi del Novecento, in particolare impressionisti e Art Nouveau. Del Novecento mi affascina Magritte per l’alone di mistero e inquietudine che promana dalle sue opere tecnicamente impeccabili, Klimt per la sua emotività e sensualità e Edward Hopper per il senso di solitudine delle cose e ‘dalle’ cose che trasmettono i suoi dipinti. Da un punto di vista stilistico sono naturalmente attratto dalla perfezione degli scultori classici e anche dal neoclassicismo di Canova. Diciamo che c’è in me una naturale attrazione per la purezza delle linee e delle forme, quindi per la capacità di ‘riprodurre’ senza sbavature il reale e, nello stesso tempo, un amore per la dimensione per così dire ‘lavica’, carsica, insondabile, misterica che alberga nell’animo umano e finisce per aggrovigliare quelle linee in contorsioni impreviste e sorprendenti.

Molte suggestioni le ho prese dal cinema. Tutto il filone del thriller, dell’horror, del mistery è per me una inesauribile fonte di ispirazione. Non necessariamente opere di grandi maestri. A volte anche una serie tv può incantarmi, se costruita bene e curata nei dettagli. Comunque Stanley Kubrick è un punto di riferimento (chi può dimenticare, dopo averli visti, film come 2001 Odissea nello spazio, Arancia meccanica, Shining o Eyes Wide Shut?). Tra i contemporanei, un regista di cui non mi perdo un film è sicuramente M. Night Shyamalan che considero un genio per la capacità di creare lavori che fuoriescono sempre dai binari del ‘già visto’ e, correndo in bilico tra ‘probabile’ e ‘impossibile’, finiscono inevitabilmente per incantarti (Il sesto senso, Il predestinato, Signs, The Village).

Poi c’è la filosofia, a cui abbiamo già accennato che, in qualche modo, finisce sempre per far capolino nelle mie storie. Ci sono filoni come il neoplatonismo, l’ermetismo del periodo paleocristiano, la tradizione gnostica, il pensiero magico rinascimentale (da Pico della Mirandola a Giordano Bruno, da Tommaso Campanella a Leon Battista Alberti) e, infine, tutto l’idealismo, in particolare Fichte e Schelling, che non finisco mai di approfondire per quanto sono ricchi di suggestioni. La musica, invece, mi ha influenzato molto meno. Più che altro i testi di alcune canzoni, quelle in cui ti rendi conto che le parole hanno ‘vinto’ la musica e la parte ‘autoriale’ ha prodotto testi di livello assoluto. Parlo di cantautori come Fabrizio De Andrè, Francesco De Gregori, Rino Gaetano, Sergio Caputo. In particolare, c’è un cantautore italiano che purtroppo viene, spesso a torto, associato alle canzonette leggere d’amore della sua produzione anni Settanta. Parlo di Claudio Baglioni. C’è stato un momento irripetibile della sua carriera in cui ha scritto un album che rimarrà insuperato per la poeticità dei testi, le immagini folgoranti, la musicalità delle parole, la capacità di raccontare un fiume di micro storie quotidiane senza mai un cedimento al banale, una caduta di tono, anche solo un verso sbagliato. Mi riferisco a La Vita è adesso. Ancor oggi, riascoltando quelle canzoni mi sorprendo e mi riesce difficile capire come abbia fatto a comporre dei versi così ‘unici’ senza rifugiarsi nell’ermetismo di tanti altri cantautori della sua epoca.

Prima e durante la scrittura segui abitudini o rituali propiziatori particolari?

Certo che sì. Ho bisogno di una casa vuota, di una stanza coi balconi chiusi e con la luce artificiale e di silenzio assoluto (quindi il telefono staccato e i cellulari spenti sono una precondizione indispensabile). Poi, in genere, mi faccio un caffè deca molto lungo con poco zucchero e lo bevo sempre in una tazza bianca o in una tazza nera. Mi aiuta a concentrarmi, a calarmi nello stato d’animo di isolamento da cui scaturiscono le immagini e prendono forma le parole e le frasi che poi compongono un testo. E poi mi accompagna durante la ‘produzione’. Lo bevo a sorsi finché non mi accorgo che si è freddato, ma a quel punto il treno della creatività si è messo in moto.

Qual è stata una cosa divertente che ti è capitata nella tua vita di scrittore?

Forse ‘divertente’ non è il termine più indicato. A venticinque anni ho spedito un racconto horror a una rivista specializzata. Un giorno sono entrato in una libreria e ne ho comprata una copia. L’ho aperta e ritenevo ovviamente impossibile che ci fosse il mio racconto. Insomma, mi avrebbero avvisato, quindi lo spirito era quello di chi partecipa a una lotteria da un miliardo con un miliardo di biglietti. Ho tolto il cellofan che avvolgeva il giornale e ho sfogliato l’indice e il racconto c’era, in bella vista, con il mio nome sotto. Un tuffo al cuore che ricorderò per sempre.

Qual è stato l’evento più entusiasmante nella tua carriera di scrittore?

Sicuramente quando ho avuto conferma dal mio agente che un editore importante come FrancoAngeli aveva deciso di puntare su di me per la pubblicazione di un saggio. Poi quando lo stesso editore ha fatto il bis accettando di pubblicare I nove semi del cambiamento, un’opera anche difficile, sicuramente ambiziosa, su cui era arduo scommettere, un lavoro in cui ci sono ampi stralci di ‘narrativa’. Io mi reputo soprattutto uno scrittore di narrativa quindi è stato un momento veramente bello. In quegli istanti ho capito che potevo considerare conclusa la fase solo ‘dilettantesca’ di approccio alla scrittura. Bene o male, presto o tardi che fosse, ho potuto dire a me stesso: adesso sei veramente uno scrittore. È l’identità in cui mi riconosco, la vocazione per cui sono venuto al mondo. Tutto il resto lo faccio al meglio, ma è solo qualcosa che appunto ‘faccio’. Scrittore, invece, mi ci sento e lo sono.

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