Intervista a Giuseppe Casa, intorno a Metamorph

In questa nuova intervista con Giuseppe Casa parliamo del suo nuovo romanzo Metamorph, appena uscito (marzo 2013) con Foschi editore, nella collana “I narratori”, diretta da Eraldo Baldini. Metamorph è uno spaccato della società attuale dove si intrecciano il tema del disagio della famiglia nucleare moderna e una denuncia del precariato e degli abusi di potere nella ricerca scientifica e universitaria in Italia.

Giuseppe Casa ha collaborato con «Vogue», «Interni», «La Repubblica», «l’Unità». Ha esordito con Veronica dal vivo (Transeuropa, 1998; l’Unità Multimedia Elleu 1999, ristampa con nuovi racconti Baldini Castoldi Dalai, 2004), seguito da In questo cuore buio (Transeuropa, 1999), La notte è cambiata (Rizzoli, 2002), Superfish a Manhattan (Edizioni Interculturali, 2006), Pit bull (Stampa Alternativa, 2008), La donna del lago, (Lite Editions, 2012), Blues (Koi Press, 2012) e Metamorph (Foschi, 2013).

 

Metamorph. Romanzo. La metamorfosi di Kafka, oggi?Metamorph, a un primo sguardo superficiale, potrebbe sembrare una sorta di romanzo-inchiesta o romanzo-denuncia sul precariato nella ricerca scientifica in Italia, ma la storia conduce in un altrove in cui la pura narrazione, sotto le spoglie del noir e del dramma esistenziale, prende il sopravvento in maniera formidabile e sconcertante. Questa apparente “virata” era già nelle tue intenzioni o sono state la storia e i personaggi e il continuo intrecciarsi di vicende professionali, familiari e amorose, a portarti altrove? Che gestazione ha avuto l’opera?

Intanto vorrei ringraziare l’agenzia Paradigmi per questa opportunità.

Il romanzo inizia con un ritratto gonfiato e parodico ma ragionevolmente accurato della vita professionale di un ricercatore di biologia molecolare che mi ha raccontato la sua esperienza. Mentre mi raccontava del mondo della ricerca, ricordo, prendevo appunti, quasi di nascosto, tanto trovavo interessante quello che diceva, ma non era… ehm, solo per quello. Poi, in mano mia, la storia si dissolve in fiction o in un noir – ossia nella direzione opposta al romanzo-denuncia, che in realtà non m’interessa – perché ci infilo una relazione familiare complicata, con un figlio adolescente problematico, psicologicamente disturbato.

Com’è nata l’idea di Metamorph?

La genesi del libro nasce nel 2008, in un momento particolare in cui la mia vita aveva assunto dei risvolti tristi, per venirne fuori mi sono aggrappato all’unica cosa che penso di saper fare, scrivere un nuovo romanzo, nello stesso tempo volevo rendere omaggio a un genere che ha significato molto per me, per la mia crescita di scrittore, il noir alla Jim Thompson o J. M. Cain, che ha scritto Il postino suona sempre due volte. Al centro delle storie di J. M. Cain ci sono sempre relazioni complicate, dark lady e figli instabili. E anche se io non sono mai stato sposato e non ho mai avuto figli, Lorenzo, il protagonista, che è anche la persona che racconta la storia, ha molti più elementi autobiografici in comune con me di quanti ne abbia con un ricercatore/ricercatrice da cui ho attinto le informazioni. Tuttavia, gli elementi autobiografici possono rappresentare più che altro quello che avrei voluto essere o ciò che non vorrei mai diventare.

Vuoi spiegarci il significato del titolo?

Il titolo si è imposto da solo. Metamorph è un sofisticato software che permette di seguire in vivo il comportamento delle cellule. È una macchina da laboratorio con la quale Lorenzo svolge principalmente il suo lavoro. Quando l’ho sentito per la prima volta ho pensato a Kafka, che proprio con La metamorfosi rimane tra i miei autori preferiti, e subito ho pensato al titolo e tale è rimasto. Del resto al personaggio narratore, Lorenzo Barbieri, accade proprio ciò che una mattina era accaduto a Gregor Samsa.

Metamorph colpisce il lettore con uno spaccato voraginoso sulla condizione contemporanea nel nostro Paese. Il protagonista Lorenzo denuncia il suo sgomento e la sua impotenza davanti a una Milano modaiola e “sintetica”, di fronte al disagio dell’immigrazione, della scuola, di fronte all’impossibilità di tenere in piedi un matrimonio – come se tutto cospirasse per il deragliamento di ogni cosa.

In realtà Lorenzo è un narcisista scandaloso. Dice sempre io, io, io. Pensa che il mondo ruoti solo intorno a lui. C’è un momento nel romanzo in cui si chiede perché Michelle, sua moglie, non lo adori più come all’inizio della loro relazione. È ossessionato dall’idea di essere un maschio alfa e quando inizia a perdere punti inizia a pensare che tutti lo perseguitano, pensa che ognuno abbia dei secondi fini e si convince che tutti vogliono fregarlo, compreso Kevyn, suo figlio. E la paura di tutto ciò è una strana forma di narcisismo, narcisismo specchio della società multirazziale che è diventata Milano e che emblematicamente si potrebbe riassumere con la scritta tormentone che trova sempre spraiata sui muri e che recita “Lo ke a ti te falda a mi… me sobra. Jodete!” che significa più o meno “quello che a te ti manca io ce l’ho di più. Fottiti!” Ma la denuncia di Lorenzo è solo di facciata, all’inizio, è un comodo artificio per giustificare tutto quello che fa, per scaricare le sue responsabilità, di professionista, marito e padre e infine anche di amante. Perché la sua paura è umana. Lorenzo è una persona preoccupata, all’inizio e vorrebbe davvero diventare il marito e il padre che non è mai stato, tranne poi, per errore o per caso, vedersi trasformato in un mostro.

Facendo interagire Lorenzo e sua moglie, metti a confronto due volti contrastanti di Milano e per estensione dell’Italia: dal lato di Lorenzo c’è l’aspirazione sempre più frustrata e frustrante al successo nel mondo della ricerca di alto livello, dal lato di sua moglie, c’è il mondo effimero e volubile della moda che, fra le sue frivolezze e i suoi gingilli, le concede l’autorealizzazione professionale e una condizione esistenziale di stabilità e sicurezza.

Lorenzo è intelligente ma anche ingenuo e superficiale. Al lavoro è bravo ma tende a isolarsi se le persone non gli vanno a genio, tende a non stabilire relazioni in un lavoro che di solito è un lavoro d’equipe, non accetta il confronto, ma è molto critico, per esempio, sul lavoro di sua moglie, che guadagna molti più soldi di lui, solo addobbando di polistirolo le vetrine delle grandi firme. È consapevole della frivolezza del mondo della moda, della deriva nichilista, ma nello stesso tempo ne è attratto in un modo adolescenziale ed è attento al suo look. È paranoico anche perché ci sono molti elementi contraddittori in lui. Sua moglie da un lato gli piace dall’altro no, perché capisce che è lontana dal suo modo di sentire, e lo stesso con Kevyn e con Sabrina, l’amante. Non si fida di nessuno e questo dà poca fiducia e sicurezza agli altri, e quando gli altri corrono ai ripari e gli presentano il conto il suo equilibrio vacilla.

Vuoi parlarci del figlio del protagonista, Kevyn, questo alter ego di Lorenzo con cui però appare impossibile comunicare e condividere qualcosa? Che cosa rappresenta lui per te, che lavorando come insegnante hai a che fare ogni giorno con gli adolescenti?

Questa domanda è difficile. Intendi me come autore?

Sì.

Per via del mio lavoro a scuola ho a che fare con centinaia di adolescenti tutti i giorni. La generazione iPhone non è migliore della generazione paninara e metallara di quando ero adolescente io. Ma sono giovani e cresceranno, si spera. Io ancora non l’ho fatto, almeno non del tutto. Senza dubbio Kevyn è il figo, con le cose di marca e i Ray-Ban, che volevo essere io da bambino. Anch’io da bambino avevo… diciamo il vezzo di comunicare poco… mi odiavo profondamente. Kevyn rappresenta anche la mia paura di essere padre. Sono un perfezionista. Il mio lato affettivo (adesso qui rideranno in molti) è perfezionista.

Qual è stata la cosa più facile e la cosa più difficile e dolorosa nella stesura di Metamorph?Giuseppe Casa, on the road

Non è facile affrontare certi tabù (non dico quali se no svelo troppo), ci sono certamente argomenti spiacevoli su cui la gente non ama scherzare, e ho pensato a una reazione negativa. L’idea però mi attirava anche per questo motivo. A me piace esplorare le mie ossessioni o un’idea preponderante e non mi fermo mai al primo intoppo, però mi deve anche divertire, almeno all’inizio (per questo motivo non andrò mai da uno psichiatra, almeno spero), dopo certo, c’è tutto un lavoro più tecnico, meno divertente che ha a che fare con la struttura del romanzo e il contorno della storia. I romanzi, non ricordo chi l’abbia detto, vengono da un luogo di dolore e di stress. Anche per me è così, difficilmente possono arrivare dalla gioia e dalla felicità, vera o presunta che sia. Quando scrivo, chi parla, il narratore è di solito una versione di me o un fantasma che ho di me stesso, che può essere il frutto di una fantasia buona o cattiva, e che può avere un’autostima alta o bassa, certi pregi e difetti. Questa è la cosa più facile è più difficile allo stesso tempo.

Quando scrivevi Metamorph, avevi in mente un lettore o un tipo di lettore particolare a cui rivolgerti?

Quasi mai mi preoccupo di questo, perché nella scrittura quello che a me interessa è parlare di me, solo di me. Diciamo che io cerco di scrivere il libro che vorrei leggere. Io sono il lettore tipo, per me.

Nella tua opera il grottesco non manca quasi mai, e neppure in Metamorph, ma a mano a mano che si procede nella lettura si sente in maniera sempre più preponderante il tragico; la copertina stessa potrebbe vedersi come un’allusione allo spettro di una tragedia greca (la Grecia antica da un lato e, dall’altro la tragedia nazionale della Grecia di oggi) trasferita nella Milano di oggi. Che cos’è il tragico per te?

Devo dire che i grafici di Foschi hanno fatto davvero un buon lavoro con la copertina, potremmo vincere un premio per questo? Non lo so, ma non credo. Peccato, mi piacerebbe. Qual era la domanda? Ah, sì… Sono fondamentalmente una persona preoccupata. Sono cresciuto in una famiglia che ha sempre avuto un sacco di preoccupazioni, materiali, sociali, esistenziali. Una tipica famiglia siciliana. Mio padre era come Socrate, dispensava conoscenze senza aver scritto mai una sola riga, al massimo faceva qualche segno con le mani. La filosofia te la dovevi scrivere da solo. Più greca di così.

La tragedia classica è la prima forma di letteratura. Niente racconta meglio la vita come sa fare la tragedia che indossa maschere, esplora sentimenti violenti ed emozioni forti, ma parla anche di guerre, di pressioni psicologiche, di condizionamenti sociali, di stress, di noia e depressione, che in una città come Milano non mancano mai. Da qui il deragliamento… Ecco perché la tragedia è sempre attuale e Shakespeare è sempre di moda, anche a Milano.

Un’ultima domanda. Si avverte in Metamorph, così come negli altri tuoi romanzi, un certo gusto per la provocazione. I tuoi personaggi spesso sono scomodi e sembrano indisporre il lettore con il loro feroce pessimismo e l’assenza di speranza.

Nulla ci permette di essere ottimisti, mi pare, i lettori dovrebbero capirlo. Come dovrebbero rendersi conto che il compito della letteratura non è certo quello di metterci di buon umore. Per quello c’è già la televisione e Crozza. Io denuncio il peggio, almeno ci provo, nella speranza che mi venga dimostrata una realtà diversa. Un orizzonte possibile che non sia solo l’ipocrisia e la maschera dell’ottimismo quando tutto traballa e sprofonda. È questa la mia speranza.

Leggete l’altra intervista a Giuseppe Casa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*
Website

18 − = 12