Intervista a Massimo Polimeni

foto mpQuando e perché ha iniziato a scrivere?

L’amore per la scrittura risale ai tempi della scuola superiore. Ho scoperto il piacere di scrivere grazie al mio professore di lettere che, a quei tempi, era davvero un innovatore nella didattica così come nella relazione con gli studenti. Ho messo su il giornale dell’istituto, poi, in seguito ho creato un giornale che veniva distribuito la domenica allo stadio in occasione delle partite della squadra del Catania. Bei ricordi. Il percorso mi ha portato nel 1977 nella redazione di Teletna, prima televisione privata ad avere scardinato il cosiddetto “sistema dell’etere”, grazie a una storica sentenza che ne sancì il diritto a trasmettere. Un diritto che divenne di tutti creando una vera e propria rivoluzione del broadcasting in Italia. Nel 1980 sono stato iscritto all’ordine dei giornalisti.

Vuole parlarci del libro In Sicilia, un’estate, che ha appena pubblicato con l’editore Nulla Die nell’estate del 2015?

Nasce da un desiderio di fuga che ho fortemente nutrito a un certo punto della mia vita aziendale. Vivevo a New York, città che non finirò mai di amare. I rapporti in azienda si erano fatti talmente tesi e complessi che a un certo punto desideravo tornare alle origini. Su questo ho costruito una storia articolata sul ritorno di un manager nella sua isola. Ho cercato di cogliere il contrasto fra il bello, che può anche essere struggente, e il brutto, che molte volte è tragico, della Sicilia.

Che tipo di ricerca ha dovuto affrontare durante la scrittura del suo romanzo?

Direi che il romanzo è sostanzialmente fondato su una ricerca interiore e sulla mia conoscenza di taluni meccanismi.

A chi si ispira nel dar vita ai suoi personaggi?

A gente che ho realmente incontrato e di cui ho colto aspetti caratteriali e comportamentali.


A quale personaggio o evento del suo libro è più affezionato e perché?

Stranamente a un personaggio piccolo piccolo. Tale “Zu’ Pinu”, zio Pino. Un sessantenne mezzo pescatore e mezzo delinquente. Scuro di carnagione e molto trasandato. Un uomo di pochissime parole di cui però si intuisce la filosofia di vita certamente profonda, anche se non condivisibile.

Che rapporto ha con i suoi personaggi, al di fuori del singolo libro? Continuano a stare nella sua vita o se ne vanno una volta che scrive la parola fine?

Non potrebbero andarsene via da me. Li alimento nella mia immaginazione e mi interrogo su cosa facciano adesso, fuori dalla loro storia.

Quali sono i libri che più l’hanno influenzata?

Li cito in ordine sparso, da quando ero ragazzo: Il gabbiano Jonatan Livingston di Richard Bach, Il busto di gesso di Gaetano Tumiati, Che ci faccio qui di Bruce Chatwin, On the road di Jack Kerouac, un po’ tutto Brecht, Vita di Melania Mazzucco.

Se potesse incontrare di persona uno scrittore o una scrittrice, chi sarebbe e perché?

Avrei voluto incontrare Giorgio Faletti. Mi affascinano i diversi aspetti della sua personalità che ne hanno fatto, fra l’altro, un attore splendido e un ottimo scrittore.

Romanzo ambientato in Sicilia a metà tra il giallo e l'introspettivoChe finalità può avere la narrativa in rapporto alla memoria e all’oblio? Si legge più per ricordare o per dimenticare?

Decisamente per dimenticare. Leggere credo sia il modo migliore per fuggire dal proprio quotidiano, almeno per qualche ora.

Ha altri libri nel cassetto o progetti in fase di stesura?

Sì. Scrivo un romanzo che ha vita propria, pur essendo collegato con “In Sicilia, un’estate”. Ci sono troppe situazioni che sono rimaste in sospeso e diversi personaggi che reclamano uno spazio maggiore.

Qual è un autore classico e uno contemporaneo che è necessario leggere oggi, e perché?

Omero senza alcun dubbio tra i classici. Chi può trasmetterci emozioni simili all’Iliade e all’Odissea? Oggi mi butterei sugli scrittori medio-orientali come ad esempio Khaled Hosseini (impareggiabili i suoi Il cacciatore di aquiloni Mille splendidi soli). Aprono la mente a un universo lontano e affascinante ancorché devastato e immiserito da guerre e persecuzioni.

Lei redige una scaletta, uno schema del suo romanzo, una sinossi prima della stesura? Come concilia l’aspetto pulsionale con quello razionale nella scrittura?

Ho un’idea di base, ma poi la scrittura trova le sue strade, molte volte imprevedibili.

Che cosa le piacerebbe lasciare impresso nella memoria dei suoi lettori?

Anche solo un’emozione.

Come affronta le fonti di distrazione, i familiari e le incombenze quotidiane, quando scrive?

Nessun problema. Mia moglie rispetta il mio isolamento nello studio. È una lettrice accanita, anzi compulsiva.

Che rapporto ha con le librerie e i libri? Da manager e professionista del marketing quale lei è, le andrebbe di dirci che cosa si potrebbe cambiare nell’approccio ai libri, nella gestione delle librerie e nei vari processi dell’industria editoriale per favorire la lettura?

Cominciamo col dire che gli investimenti in comunicazione a supporto dei libri, di norma, sono di piccola entità. Non voglio fare paragoni con il cinema, si tratta di industrie strutturalmente ed economicamente molto distanti, ma oggi solo i veri lettori riescono a seguire il mercato. In questo modo i potenziali nuovi lettori non vengono attirati dall’industria del libro. Poi vorrei dire che lo strapotere delle grandi case editoriali taglia di netto la strada agli editori minori e indipendenti. Figuriamoci adesso con l’acquisizione di RCS Libri da parte di Mondadori. Dovrebbe esserci una quota obbligatoria imposta ai librai per l’acquisizione di titoli di editori indipendenti. Così il lettore potrebbe migliorare di tanto la propria scelta sugli scaffali. Quanto alle librerie, devono modernizzarsi e diventare luoghi di incontro, di happening, di sosta e di lettura.

Qual è stata la sua reazione quando ha avuto fra le mani il suo primo libro?

Sorridevo soddisfatto come un bambino a cui hanno fatto un bel regalo perché si è comportato bene.

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