Intervista a Giuseppe Casa

Intervistiamo Giuseppe Casa. Casa ha esordito nel 1998 con una raccolta di racconti, Veronica dal vivo (Transeuropa Edizioni), riedito in allegato all'”Unità” nel 1999 e da Baldini Castoldi Dalai nel 2004). A questa sono seguiti il romanzo La notte è cambiata (Rizzoli, 2002). Sono suoi anche Superfish a Manhatthan (Edizioni Interculturali), 2003, Diario di Orvieto, Tondelliana (Transeuropa Edizioni, 2004), Meltin e Meltin 2, Men on Men 3 (Mondadori), 2004, I Persecutori (Transeuropa Edizioni), 2006 e Pit Bull (Stampa Alternativa, 2008).

Giuseppe Casa, l'uomo e il personaggioQuando e dove sei nato?

A Licata, nel 1963.

Qual è il tuo primo ricordo?

Strisciavo, credo, e affrontai una bestia grossa, pelosa e viscida, con una lingua ruvida e squamosa, zampe ad artiglio e fiato pestilenziale. Poi mi dissero che era solo un cucciolo di bracco.

Come ti trovavi a scuola?

Male, odiavo andare a scuola, mia madre mi ci portò in prima elementare, ma io non volevo starci e così dovettero ritirarmi. Ci tornai l’anno dopo e affrontai la pena con dignità.

Com’eri da bambino?

Tutti dicevano che ero un diavolo. Anche la maestra a scuola. Non capivo cosa significasse. Ogni tanto mi mettevo davanti allo specchio per vedere se spuntavano le corna.

Cosa amavi fare a quell’età, e cosa avresti voluto fare da grande?

Mi piaceva molto giocare fuori, per strada, all’epoca si poteva, poche macchine, recessione, come adesso, giocavo a pallone, poi a tennis (non amavo condividere niente, neanche la palla), ma leggevo anche tanto, molti fumetti, specialmente d’estate, la lettura era il passatempo migliore; Braccio di Ferro, Poldo, Topolino, poi i supereroi della Marvel, Superman eccetera, per passare presto ai fumetti per adulti, Zora la vampira, Oltretomba, il Marchese De Sade, mi piaceva quel misto di sesso e horror che spesso raccontavo ai miei amici per strada come storie inventate da me. Facevo finta di averle scritte io.

Quando e perché hai iniziato a scrivere?

Il mio primo ricordo di scrittura risale ai tredici quattordici anni, scuole medie, leggevo un romanzo a puntate che veniva pubblicato da una rivista femminile che mia sorella, più grande di me, seguiva e rilegava con ago e filo, il giornale credo si chiamasse Confidenze, non so se esista ancora. Ho provato a scrivere il mio romanzo gotico. Era insomma una rivisitazione di Cime Tempestose di Emily Bronte. Scrissi alcuni capitoli, ma fu una falsa partenza, stracciai tutto e mi dedicai al pallone con scarsi risultati, e poi al tennis, dove ottenni qualche magra vittoria.

Come è finita la tua infanzia?

Non lo so, comunque sono contento di averla superata. A volte può essere un incubo.

La tua narrativa si caratterizza spesso per il grottesco. Che cos’è per te il grottesco?

Il lato oscuro dell’uomo e delle vicende umane. Mi piacciono le psicologie complicate, degenerate e grottesche appunto.
Del resto uno dei miei miti letterari, Edgar Allan Poe, aveva scritto i racconti del grottesco. Mi piace scrivere di emozioni oscure e ossessioni, di violenza, di drammi estremi, mi piace scrivere della vita e della morte, anche se non so niente, mi piacciono la suspense e la follia. La letteratura è piena di queste cose. Shakespeare, Kafka, Camus, Beckett di che parlavano se non di queste cose?

Se potessi incontrare di persona uno dei tuoi personaggi, quale sarebbe e perché?

I miei personaggi non sarebbero belli nella realtà, io eviterei di frequentarli. Sono, nel bene e nel male, sempre qualcosa di più o qualcosa di meno di me, un’esagerazione al di sopra e al di sotto di Giuseppe Casa. Penso comunque a Lorenzo Barbieri, il protagonista del mio prossimo romanzo. Non saprei dire perché, forse per lo stesso motivo per cui li creo sulla carta, per rispondere alle domande che non sono capace di farmi in forma diretta, così ottengo delle risposte, anche se non so se sono quelle giuste.

I protagonisti dei tuoi romanzi spesso si trovano a delirare, la loro vita va a pezzi, spesso il loro è un viaggio senza ritorno dentro la follia e sull’orlo della disperazione. Cos’è la follia? E la disperazione?

Quando penso alla follia e alla disperazione penso all’emotività, di qualcuno, che sta vivendo un’esperienza forte, di dolore, di confusione o stress. Per questo sono interessato a questo tipo di emotività. Difficilmente la felicità o la gioia, che pure penso di provare come tutti, mi spingerebbero alla scrittura.

Quale opera di Giuseppe Casa senti più tua e perché?

Sicuramente l’ultimo romanzo su cui ho lavorato, ancora inedito (mi sa che ho troppi inediti, e mi chiedo, perché?) un dramma estremo ambientato a Milano, tra il mondo della ricerca scientifica e quello della moda, con un finale ancora più estremo. Ma diciamo che ogni volta provo come un nuovo sentimento sulla storia nuova che sto scrivendo, e mi appassiona. E adesso sono preso da quello che sto facendo, un’altra storia dura ambientata nelle corsie d’ospedale.

Se Robinson Crusoe trovasse una copia di questo tuo libro, come potrebbe aiutarlo?

Robinson Crusoe è un romanzo di formazione, un romanzo importante, forse il primo della letteratura moderna. Io penso che si troverebbe male con me, con le mie storie, perché finiscono male. Però in Castway, un film che ricorda quella storia, il protagonista del film, Tom Hanks si sarebbe trovato bene con Lorenzo Barbieri, se il film finiva sull’isola dove Hanks, ormai in delirio, parlava tranquillamente con una noce di cocco.

Al di là degli scrittori, esistono artisti figurativi, musicali o di altro tipo che hanno influenzato la tua scrittura? Chi sono e perché hanno esercitato un ascendente sulla tua scrittura?

La pittura e il disegno sono stati in realtà le mie prime vere passioni, prima dello sport, prima di mettermi a scrivere, disegnavo quello che mi piaceva, più o meno c’è lo stesso approccio con la scrittura, scrivo quello che mi piace. La musica mi ha influenzato e continua a influenzarmi parecchio anche se oggi ne ascolto sempre meno e sono sorpreso di scovare tra i miei cd musica di merda che una volta devo aver amato per qualche strano motivo. In Pit Bull, il romanzo edito da Stampa Alternativa, c’è quasi una colonna sonora che va dal proto-Punk alla New Wave.Pit Bull, romanzo di Giuseppe Casa, edito da Stampa Alternativa - Nuovi Equilibri

Come costruisci le tue storie?

Non c’è un modo canonico. Ogni volta l’approccio è diverso, anche se alla base c’è la voglia di parlare di alcune emozioni su cui voglio porre l’attenzione, certo, attraverso un personaggio, che prova tutto quello che ho immaginato e a cui rivolgo delle domande. Poi lui risponde, ma non so se dice le cose giuste. Mi piace anche barare un po’. Sparare a zero. Dire cazzate solenni.

Tu hai una pagina di Facebook (un “diario”) molto seguita. Che rapporto hai con i social network?

No so se sono molto seguito. Ho un po’ di amici, ma spesso mi bannano. Mi bloccano quando chiedo l’amicizia a qualcuno. Magari pensano che voglia vendere qualche enciclopedia o adescarli per qualche setta evangelica. Capita su Facebook. Comunque a me Facebook piace. Ci scrivo un sacco di cazzate, molti mi prendono sul serio, almeno la metà. E fanno bene. I social network sono un mezzo per veicolare i sentimenti che siamo in grado di esternare, ma è anche uno specchio ludico, almeno per me, che ho questo tipo di carattere un po’ cialtrone. Cazzone e sentimentale allo stesso tempo.

Qual è il libro più sopravvalutato che conosci? E quello più sottovalutato? Perché?

Alla prima domanda non rispondo, già mi faccio un sacco di nemici su Facebook.
Sicuramente sono sottovalutati I promessi sposi e la Bibbia, che tutti conoscono, ma nessuno legge.

Se potessi incontrare di persona uno scrittore o una scrittrice, chi sarebbe e perché?

In passato ce n’erano, oggi non la penso più così. Non vorrei sembrare presuntuoso, ma c’è un momento nella vita di ognuno in cui ci scontriamo con il nostro idolo o mito di sempre e quello ci fa sentire di merda. È un momento importante, si cresce di colpo. Per anni continui a leggere un autore che t’interessa per qualche motivo, poi lo conosci di persona e ti rendi conto del tempo perso.

C’è qualcosa in particolare che oggi ti angoscia, o ti fa paura?

Molte cose, perché sono maschio e non ho un compito preciso nella vita come le femmine. Non ho una missione speciale come loro. Tu sai qual è? (ride). Soffro di un’insoddisfazione torbida, che fa parte, appunto, della psiche collettiva maschile, che vive l’insoddisfazione incarnata estrema, che somiglia alla paura. La paura della nullità di tutto. Fa parte della vita di ogni uomo. Tuttavia le paure irrazionali sono interessanti, c’è, nella paura, come nei libri, la tentazione di evitare la realtà, ecco perché molti ci si tuffano a capofitto. Spero che non accada pure a me.

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