L’occhio di Dio, la silloge di racconti di Marco Righetti

Descrizione

Quando la visuale si allarga l’autore avido non si tira indietro.
Quel che ci accade d’ordinario, la cronaca, la biografia consegnata alla storia non esauriscono il loro corso nell’unica direzione concretamente assunta, si può provare a disciplinarli da capo, ancorarli alla nuova pagina scritta, dando loro un senso diverso e un seguito coerente; fino a immaginare un assetto storico, un contesto di riferimento, un esito altamente indesiderabili.
È solo un tentativo, le parole si organizzano per conto loro nella struttura del testo e nello sguardo di chi leggerà.
La caduta sul foglio bianco crea sequenze di righe, il fuoco di fila del nero, la chiazza che resta inspiegabilmente immacolata, o ancora il frammento di un’esplosione (di attese, intuizioni, smarrimenti): ogni volta è solo un rimbalzo fra i tanti immaginabili.
Scrivere, per il solo fatto che ogni testo esclude miriadi di combinazioni (nell’entropia della tastiera, moderata dal codice della lingua italiana), non è mai una soluzione definitiva ma una delle possibili, così come ogni lettura resta incompleta, provvisoria, affidata alle variabili soggettive.
Di possibile, nei racconti che seguono, c’è la scoperta che ogni finito cela in sé altri orizzonti, talora orridi, o affatto inaspettati, poetici; c’è il rovesciamento dell’ordinario nel suo opposto, in ciò che non potrebbe darsi.
Rimasi affascinato da una riflessione di Sciascia, laddove (a proposito delle calviniane Avventure) proponeva il rovesciamento dell’affermazione di Chesterton, «occorre fare il giro del mondo per ritrovare la propria casa»: è necessario fare il giro della propria casa per ritrovare il mondo, ove per casa si intenda il consueto grado di coscienza rispetto alla vita, l’ignorare l’oltre che supera la realtà fenomenica.
Sono molte le possibilità di questa vita confinate nel silenzio, gli episodi, fra una pagina e l’altra dell’esistenza, non ancora raccontati. Vederli nello scarto che aggancia una diversa vicenda è stato tutt’uno con lo scriverne, evitando ogni abbandono.
La scrittura qui adottata non può abbandonare il proprio movimento e perdersi.
Parte da una constatazione: esiste un limite, varcato il quale ci si può appendere a un filo e trascurare la dissonanza dell’assurdo, navigare d’improvviso nel dramma nello stupore nella poesia, come dicevo.
Ma la porta d’entrata può spalancare anche il grottesco l’orrore il distopico.
La realtà è solo una parte di quello che avviene. C’è sempre un punto da cui far ripartire il seguito, che non ignori più le variabili scartate.

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